Il padre la riconosce dopo 58 anni "Finalmente ho il suo cognome"

Era un uomo alto, aitante. Arrivava accompagnato dallo scalpiccio degli zoccoli. Sedeva, ben vestito, su un carro carico di panni logori e cianfrusaglie. Se il tempo era bello, qualche volta passava all'asilo del paese per salutare sua figlia. La faceva sedere accanto a se e la portava in giro, trainata dal cavallo, come una vera signora.

Quella bambina oggi ha 58 anni e quando ricorda quelle mattinate trascorse con suo padre Osebio a Salsomaggiore si commuove. "E' il più bel ricordo che ho di lui", sussurra con gli occhi lucidi Elia Spocci, negoziante dell'Oltretorrente, mentre racconta la battaglia legale che ha dovuto intraprendere per essere riconosciuta dall'uomo che le diede la vita ma non si prese mai cura di lei. "Solo lo scorso 4 aprile, dopo che ho rinunciato all'eredità, mi ha concesso il suo cognome". Quel Cupola che ora campeggia sulla carta d'identità nuova fiammante che Elia mostra con orgoglio: "Il mio sogno si è finalmente realizzato".

Non le interessano i soldi accumulati dal padre negli anni grazie all'attività di demolizione e rottamazione di automobili, aperta dopo aver abbandonato il misero mestiere di stracciaio. Non le interessano le case, il magazzino e i terreni. "Volevo solo avere una famiglia", racconta la commerciante, arrivata a Parma a 21 anni dopo aver trascorso l'infanzia e l'adolescenza tra ospedali e orfanotrofi. La madre era povera e non riusciva a far fronte da sola ai suoi gravi problemi di salute. Suo padre la aveva abbandonata quando era ancora incinta: preferì un'altra donna, che divenne sua moglie. Elia lo vide sempre molto raramente. A parte le passeggiate sul carro, ricorda solo qualche visita durante i ricoveri. Poi più nulla.

Fino a quando un anno fa il fratellastro Romano, nato due mesi prima di lei, fu contattato da un'amica ed entrò nel suo negozio di via D'Azeglio incontrandola per la prima volta. "In quel momento - rammenta la donna con un triste sorriso - mi son resa conto di tutto quello che avevo perso nella vita. L'affetto di un padre, di un fratello. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di conquistarlo". Romano le promise che l'avrebbe chiamata, l'avrebbe invitata a pranzo con il padre e tutto il resto della famiglia. Ad Elia non parve vero: "Mi sembrò di vivere un sogno, una favola". Durata purtroppo solo il tempo di una visita. Perché il telefono non squillò e nessuno le chiese di trascorrere le domeniche insieme. Il fratellastro non degnò neanche le numerose lettere che la sorella ritrovata le spedì.

Rispose tempestivamente, però, a quella siglata da un legale che intimava Osebio Cupola a presentarsi in tribunale il prossimo 27 giugno per versare alla figlia tutte le spese del "mantenimento mai adempiuto". Elia è convinta che Romano fosse geloso: "Temeva che volessi parte della sua eredità. Per questo mi ha proposto un accordo: il cognome subito in cambio della completa rinuncia a qualsiasi bene". La 58enne ha accettato senza pensarci su due volte: "Son sempre stata povera. Non volevo dei soldi, volevo un padre". Quell'uomo ormai anziano che Elia ha rincontrato dopo tanti anni al Duc per la firma dei documenti: "Mi son sentita tornare bambina, son stati dieci minuti bellissimi. Mentre Romano era distratto, mi ha guardato e mi ha detto: ti ricordi quando da piccola ti facevo salire sul carro e tu ti attaccavi ai miei pantaloni perché non volevi più andar via?".

23 maggio 2011 - Articolo scritto da
Benedetta Pintus tratto da Parma.Repubblica.it
23 Maggio 2011

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