E il figlio lo chiameremo "Atipico"

Per accorgersi della crisi del lavoro non è necessario - né sufficiente - scorrere i dati del mercato del lavoro. Pure, drammatici. Il tasso di disoccupazione è oltre l'8% (in valori assoluti: più di due milioni). Ma tra i giovani sfiora il 30%. Il più alto della Unione Europea. Nelle regioni del Sud supera il 40%. Il tasso di disoccupazione, peraltro, è sempre un indice relativo, perché non tiene conto dei cassintegrati cronici, che non rientreranno più in azienda. E poi, anzi: prima: per essere disoccupati occorre essere alla ricerca di lavoro. Ma chi non ha speranza di trovare un'occupazione, neppure ci prova. E si rassegna a fare lavori e lavoretti. Naturalmente non "regolari". Per cui "statisticamente" non esiste.

Questi dati, peraltro, non dicono tutto. In particolare, non spiegano la crisi del lavoro sul piano sociale. Che è una crisi di senso e di identità, oltre che "materiale". Non spaventatevi: non voglio filosofare intorno a una questione così concreta. Tuttavia, è indiscutibile che il lavoro ha dato senso e identità alla nostra società. Identità: prendete il documento di riconoscimento. La "carta di identità", appunto. Fra le poche informazioni essenziali c'è la professione, preceduta dal nome e dal cognome. Ma il cognome, che definisce la nostra appartenenza - e quindi la nostra identità - familiare, spesso riflette una tradizione "professionale". Se mi guardo intorno, io che abito in un territorio con una lunga storia economica, mi trovo "circondato" da identità professionali intrecciate alla biografia personale - e familiare.

Per rammentare le tradizioni tessili del vicentino basti pensare a quanti Lanaro e Tessaro si incontrino, nella vita quotidiana. Ma anche Bordignon - spiegano i siti specializzati (come Cognomix.it) - in origine significava "colui che fila la seta". E poi Favaro, Favero, Favaron, Favaretto, Fabris: richiamano l'attività del Fabbro (lo scrivo con la maiuscola, perché si tratta di un cognome anch'esso diffuso. Così si chiamano alcuni miei amici). Ancora, echeggiano storie professionali: Marangon (falegname), Munari oppure Munaro (il "mugnaio", che gestiva il mulino, evocato esplicitamente, in alcuni casi: Dal Molin), Fornaro (il fornaio). E Sartori, Sartor (il sarto), Boscolo (il boscaiolo), Masiero (il "mezzadro").

Il lavoro come marchio indelebile, trasmesso di generazione in generazione. Anche se, un tempo, il lavoro mancava. Ancor più di oggi, in certe fasi. Ma contava. Il lavoro manuale quanto quello intellettuale. Un lavoro per la vita, per tutta la vita. Era la speranza e l'ambizione condivisa. Perché chi lavora c'è. Esiste. Ha un volto. Una identità. Appunto.

Oggi, però, il lavoro non solo manca, ma, soprattutto, è incerto. I lavori manuali, anche quelli artigiani, li svolgono perlopiù - sempre più - gli immigrati. E poi, da tempo, abbiamo imparato che puoi fare soldi anche senza un lavoro chiaro e definito. C'è un sacco di gente che ostenta stili di vita e consumi "vistosi" (per citare Thorstein Veblen), ma non sai cosa effettivamente faccia. D'altronde, da tempo, abbiamo imparato che si può vivere bene anche senza produrre. Come rammenta Mickey Rourke, in "Nove settimane e mezzo". Quando a Kim Basinger, che gli chiede quale mestiere faccia, risponde, ironicamente: "I make money by money". Cioè: faccio soldi con i soldi. "L'epitaffio sulla tomba dell'economia reale", chiosa Eddy Berselli ("L'economia giusta", Einaudi).

Per cui, come pretendere che il lavoro generi un'identità? Come pretendere di legare la nostra biografia "familiare" a una professione? I cognomi che ho citato prima, se mi guardo intorno, mi sembrano echi di un lontano passato. Passato per sempre. Per trovare una traccia del lavoro, nei cognomi di chi incontro, dovrei procedere a torsioni lessicali arbitrarie e ardite. Dovrei correggere Piva, ad esempio. Basterebbe un punto: P. Iva . Cocco (ne conosco più di uno) andrebbe almeno modificato come segue: Co. cco. co oppure Co. cco. pro . D'altronde, per coerenza con questo tempo "liquido", il figlio (perlopiù unico) lo dovremmo chiamare Precario, Call, Atipico.

7 aprile 2011 - Articolo scritto da Ilvo Diamanti
tratto da Repubblica.it.it
7 Aprile 2011

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