Nel Paese del Sig. Rossi

A lungo considerata un parente povero degli studi di lingua, buona per elucubrazioni aneddotiche al limite della peregrina curiosità, l'onomastica - studio insieme storico e linguistico dei nomi propri - ha conosciuto in Italia un'affermazione tardiva ma precipitosa. è un peccato, perché nei nomi che portiamo non sta scritto solo il ricordo di antichi culti ormai dimenticati, di mestieri tramontati o di soprannomi scherzosi, ma anche la storia e la geografia della nostra cultura. Dopo che per anni quasi nessuno ci aveva fatto caso, se ne sono accorti simultaneamente in molti. Forse in troppi: raccolte di materiali, sintesi più o meno accurate e addirittura intere riviste dedicate all'argomento si sono affollate deliziando o affliggendo perlopiù il pubblico degli addetti ai lavori. E raggiungendo platee più vaste solo in pochi casi fortunati, come i Dizionari dei Nomi e dei Cognomi che Emidio De Felice pubblicò trent'anni fa facendo breccia tra i curiosi e regalando un vademecum a chi manchi di inventiva nella scelta del nome di un bebè (ma non è più il tempo in cui i figli erano così abbondanti da spingere i genitori a numerarli, fino a Nono e Decimo).

Un paio d'anni or sono due volumi curati egregiamente da Alda Rossebastiano ed Elena Papa (I nomi di persona in Italia) hanno aggiornato il quadro sul versante dei primi nomi. Nella stessa serie un nuovo parto gemellare - milleottocento e passa pagine - fa ora il punto sui cognomi. Gli autori, Enzo Caffarelli e Carla Marcato, affrontano un corpus ricavato dagli elenchi telefonici con cui si arriva a 20 milioni e 133mila unità, il 35% circa degli italiani residenti. Mole impressionante, che rende meno grave un difetto oggettivo: le utenze telefoniche rappresentano, notoriamente, un campione meno significativo e più distorto rispetto ai dati forniti dal l'anagrafe tributaria; e proprio nel fondarsi su quest'ultima stava uno dei salti di qualità di Rossebastiano e Papa (ma pare che nel caso dei cognomi si sia frapposta la legislazione vigente, col suo «malinteso senso della privacy»).

Sessantamila cognomi (dal piemontese Abà «abate», al friulano Zuzzi, forse da zuz «cacio») bastano ad appannare questo neo: per ciascuno di essi gli autori illustrano la diffusione geografica e cercano di quantificare la presenza, ne documentano (quando possibile) l'attestazione storica e naturalmente ne spiegano il significato. Se, insomma, tutti sanno che il napoletano Esposito significa «esposto» ed è affine al romano Proietti e al panitaliano Trovato, cognomi attribuiti ai trovatelli, o che Rossi (il quale fa gruppo non solo con Bianchi e Neri, ma anche con Bisio «grigio» e Biava «azzurra») è il più diffuso d'Italia e allude al colore dei capelli o della carnagione, meno banale è spiegare il significato di cognomi pur diffusi come, poniamo, i lombardi Locatelli (dal toponimo Locatello, Bergamo) e Berlusconi (forse da berluesch «strabico»), i veneti Vianello (da Viviano) e Boscolo (da una località il cui nome è connesso a bosco), i toscani Pecchioli (da pecchia «ape») o Cioni (da un nome di persona come Bellincione o simili), i campani Coviello (da Iacovo Giacomo) o Russo (nulla a che vedere, naturalmente, con la Russia: equivale a «rosso»), i calabresi Nisticò e Piromalli (entrambi ovviamente d'origine greca), i sardi Ruggiu (che equivale esattamente al Russo appena citato) o Melis (che ha a che fare col miele, come Mele e Meli).

Per non parlare del caso, piuttosto noto tra i dialettologi, del «cognome siciliano Ficarotta assolutamente innocuo essendo diminutivo della voce dialettale ficara "albero del fico"»: emigrati al nord, alcuni suoi titolari se lo fecero a ogni buon conto mutare in Fecarotta o Fegarotti. Si tratta, perlopiù, di appellativi formatisi nel Medioevo, quando cioè si costituì, lentamente e disordinatamente, il sistema cognominale moderno, e ciò spiega, tra l'altro, il forte peso che i tratti dialettali hanno in un repertorio originatosi molto prima dell'affermazione di una lingua nazionale unificata, che solo marginalmente o parzialmente riuscì a "italianizzare" forme locali, trasformando i veneti Bonato in Bonatto e i friulani Ciabòt in Chiabotto. Raramente, poi, i cognomi sono stati «creati» in epoca moderna. Se appunto gli appellativi dei bambini abbandonati si rinnovano, purtroppo, in continuazione, a quelli consueti se ne aggiungono di più caratteristici, come il Dògali che fu imposto, in varie regioni italiane, ai trovatelli nati in prossimità della strage africana del 1887. Caso raro di cognome ottocentesco, che però conferma ciò che per nomi più antichi possiamo solo ipotizzare: il peso, cioè, e il riflesso imprevedibile che la grande storia ha nelle vite e nelle esperienze individuali di milioni di persone: che cosa c'è di più intimo e di più familiare del proprio Familienname?

9 febbraio 2009 - Articolo di Lorenzo Tomasin
tratto da IlSole24Ore.com
9 febbraio 2009

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